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Archive for the ‘Reviews’ Category

Paolo B. Vernaglione, Follia e discorso, Alfabeta2, 22 luglio 2014

“Brisset era stato ufficiale di politzia giudiziaria. Dava lezioni di lingua. Ai suoi allievi proponeva dettati come: Noi Paul Parfait, carabinieri a piedi, essendo stati mandati al villaggio Capeur, vi siamo andati, rivestiti delle nostre insegne”. Nel 1970 Michel Foucault scrive l’introduzione all’opera linguistica dell’autore della Grammaire Logique (1878) e della Science de Dieu ou la Creation de l’Homme (1900), compresa nel primo volume dell’Archivio, ripubblicato nell’impeto onomastico della scomparsa (assurdo che non si possano scaricare gratis i tre volumi italiani).

Il furore del trentennale ha fatto emergere anche il corso al Collège de France del 1979-80, Del governo dei viventie negli anni scorsi il corso di Lovanio del 1981, Mal fare, dir vero, e Il coraggio della verità (1984), mentre da qualche mese si possono leggere il corso del 1972-73, La societé punitive eSubjectivitè et veritè (1980-81), che saranno forse tradotti tra una ventina d’anni, se va bene… Nel frattempo è consigliabile leggere l’edizione americana dei Detti e scritti, a suo tempo curata da Paul Rabinow, soprattutto per gli interventi e le interviste degli anni Ottanta.

Quest’edizione rimaneggiata del primo tomo dei Dits et écrits, che sarebbe stato bene aggiornare con una nuova introduzione, “copre” gli anni in cui Foucault dà alle stampe La storia della follia nell’età classica (1961), Nascita della clinica (1963), Le parole e le cose (1967), L’archeologia del sapere(1969), e L’ordine del Discorso (1970). Nello scritto su Brisset, linguista schizofrenico con manie apocalittiche, Foucault delinea la genealogia del linguaggio in cui si riconosceranno i profili di Raymond Roussell e Louis Wolfson. Per Brissett si tratta della ricerca sull’origine delle lingue, non ricostruìta nell’ipotesi di una lingua ancestrale formata da un piccolo numero di elementi semplici, da cui le lingue storiche e le possibilità di traduzione. Bensì illuminata nella disarticolazione delle parole in cui si odono grida di terrore e i cui suoni annunciano sangue e carni maciullate.

Sette punti sul settimo angelo illustra in maniera esemplare l’archeologia inaugurata da Foucault, il cui concetto è ribadito nelle interviste a Raymond Bellour, dopo l’uscita de Le parole e le cose e le polemiche provocate da questo testo magistrale presso gli storici e i sartriani più o meno militanti. Non bisogna pensare l’archivio, ci dice Foucault, come la ricerca di strati in consonanza con la cronologia; né come un’indagine sincronica di ciò che da un passato documentario risulta al presente. Il metodo archeologico consiste in un’analitica degli enunciati che danno luogo a dispositivi: forme linguistiche, usi, repliche del “senso comune” di una soglia temporale nelle scienze e nelle idee; composizioni di registri giudiziari, interrogatori, cartelle cliniche e statistiche, da cui emergono una certa costellazione epocale, uno o più luoghi di passaggio tra l’età classica e gli inizi della modernità alla fine del XVIII secolo. Là ove nascono le scienze umane, che poco recuperano delle “antiche” grammatica generale, storia naturale e analisi delle ricchezze.

La testimonianza più lucida di questa sconnessione che è l’”uomo”, in quegli anni Sessanta in cui Foucault intraprende la ricerca sulle due partizioni decisive della cultura d’Occidente, quella tra ragione e disragione e quella tra parole e cose, è l’introduzione (1971) all’Antropologia dal punto di vista pragmatico di Kant. Il sapere critico che determinerà l’affermazione delle scienze sociali dovrà vertere sui fondamenti della fonte, dell’ambito e del limite: qui l’esistenza del discorso si dissolve a vantaggio dell’esistenza, cioè di una “natura” ineguale dello scambio, di una logica d’esclusione e di una pratica di dominio.

L’archeologia restituisce dunque al discorso un principio di enunciazione in cui per un verso si apprezzano le discontinuità storiche, su cui Braudel e la scuola delle “Annales” avevano incentrato una storiografia della lunga durata e delle connessioni; per altro si coglie la deriva del linguaggio nell’irriducibilità alla formalizzazione, ad una semantica e ad una semiotica, di cui già Benveniste aveva misurato la distanza.

Questa strutturazione teorica, che taglia di traverso ermeneutica e formalismo, ci permette di cogliere il profilo delle scienze umane, non in ciò che hanno avuto di normativo, bensì di inclusivo: Marx, Nietzsche e Freud non hanno inventato una scienza dell’economia, delle potenze e del soggetto, come Foucault dice nell’introdurre il convegno di Royaumont del 1964 qui riprodotto; ma una tecnica d’interpretazione, riconoscendo anzitutto la qualità discorsiva di altre interpretazioni: il saggio di profitto di Ricardo, il divenire segno di un’interpretazione che lo anticipa in Nietzsche, il riconoscimento di una “catena” parlata che lega analista e analizzante, di cui Lacan ha esplicitato il senso e la portata.

Quello che persiste come disagio dell’attuale modernità, segnalato ne Le parole e e le cose come “sonno antropologico”, è interrotto alla scadenza dell’”epoca classica” dal Discorso che individua i rapporti tra saperi, poteri e soggetti – di cui Foucault nell’intera vita ha dato conto: nelle linee di desoggetivazione prodottesi in letteratura, a partire dal pensiero di Blanchot; nelle opere di classificazione di Cuvier e Bichat; nell’evidenza di un esteriorità del “sè” che le pratiche antiche riconducevano ad una frequenza del “dire il vero”, lontana dalle attuali ortopedie psicoanalitiche.

Di questa urgente congèrie di problematiche darà conto Gilles Deleuze. È stato pubblicato in questi giorni il primo volume del corso su Foucault, Il sapere (1986-87), sì che le giovani generazioni possano farsi un’idea meno approssimativa di questo non filosofo e non epistemologo che ha rivoluzionato il pensiero con un sapere che è pratica di resistenza.

Michel Foucault
Follia e discorso
Archivio Foucault 1. Interventi, colloqui, interviste. 1961-1970
a cura di Judith Revel
Feltrinelli (2014), pp.286
€ 13,00

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bertJean-François Bert, Jérôme Lamy (dir.), Michel Foucault : un héritage critique, Paris, CNRS Éditions, 2014, 416 p., ISBN : 9782271081469.

Infos

Présentation de l’éditeur

Les écrits de Michel Foucault sont stratifiés, hiérarchisés, entre les livres, les entretiens et les cours au Collège de France, mais ils sont surtout disséminés dans leurs usages. Désormais, et en plus de l’histoire des sciences et de la philosophie, les « effets » Foucault sont palpables sur la théorie de la littérature et du cinéma, l’histoire culturelle et sociale, les théories du genre, la pensée politique, les sciences de gestion…

C’est dans ce chantier ouvert que se situe cet ouvrage. Il s’agit pour Jérôme Lamy, Jean-François Bert et leur équipe de spécialistes de resituer et d’analyser une pensée empruntant des questionnements à d’autres champs, de la psychologie à l’économie, de la science politique à la géographie, tout en ne se réclamant pas de ces sciences humaines et sociales. Pour comprendre la position de Foucault, les grands axes méthodologiques qu’il a parcourus sont retracés, telle l’archéologie, l’épistémè, la problématisation. Les concepts, des ouvrages maintenant classiques aux cours et à l’histoire de la sexualité, sont également revisités. Cette lecture critique des écrits et des usages de Foucault permet de le confronter aux analyses les plus récentes en sciences sociales, comme les postcolonial studies, ou de suivre les dialogues engagés (parfois à distance) avec des auteurs comme Norbert Elias, Michel de Certeau et Pierre Bourdieu.

Un inventaire aussi rigoureux qu’éclairant.

Directeurs

Jean-François Bert est maître d’enseignement et de recherche à l’université de Lausanne, IRCM.

Jérôme Lamy est chercheur à l’université de Versailles Saint-Quentin-en-Yvelines.

Compte rendu de Alexandre Klein

Trente ans après sa mort, l’ombre imposante du philosophe Michel Foucault (1926-1984) plane encore sur de nombreuses recherches, particulièrement dans le domaine des sciences humaines et sociales (SHS). Pour certains, il y serait même devenu omniprésent1. En effet, des travaux politiques ou juridiques aux recherches sur le genre ou la prison, en passant les études postcoloniales, l’anthropologie, l’ethnologie, la sociologie, l’architecture, l’histoire, les cultural studies, la philosophie ou les STS, celui qui appela à user de son œuvre comme d’une boîte à outils fait aujourd’hui l’objet d’usages multiples, se voyant même parfois usé jusqu’à la corde. Si nul ne doute du succès certain de la pensée de Foucault, reprise et citée abondamment, tant pour être critiquée, encensée, que justement commentée, rares sont ceux qui peuvent prétendre à une vue globale des emprunts, déplacements, transferts, usages, utilisations ou hommages auxquels ses travaux et réflexions sont soumis. Il convenait donc, au-delà de la présentation des possibles usages contemporains de la pensée et des concepts foucaldiens, de se situer par rapport à ce corpus devenu aujourd’hui un pôle méthodologique incontournable, notamment pour les SHS morcelées de la fin du XXe siècle et du début du XXIe siècle.

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Stuart Elden (2014), Discipline, Punish, Examine and Produce: Foucault’s La société punitive, Review of La société punitive: Cours au Collège de France 1972-1973, by Michel Foucault, edited by Bernard E. Harcourt, Seuil/Gallimard: Paris, Berfrois blog. Intellectual Jousting in the Republic of letters.

Delivered between January and March 1973, La société punitive was Foucault’s third annual course at the Collège de France. It is the eleventh of his thirteen courses there to be published, in what have been uniformly excellent editions under the general editorship of François Ewald and the recently deceased Alessandro Fontana. This course has been edited by Bernard E. Harcourt, Julius Krieger Professor of Law and Political Science at the University of Chicago. Harcourt previously co-edited Foucault’s lectures at the University of Louvain from 1981, Mal faire, dire vrai with Fabienne Brion; a course soon to be published as Wrong-Doing, Truth-Telling.

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With thanks to Daniele Lorenzini for this link

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Fejes, A. & Dahlstedt, M. (2014) The confessing society: Foucault, confession and practices of lifelong learning. London: Routledge. Paperback version. Originally published in 2012

Publisher’s page
PDF flyer with 20% discount

“I highly appreciate the quality of Fejes’ and Dahlstedt’s research and writing. They manage to present in a comprehensible way some essential concepts of Foucault that help us to understand better what practices of lifelong learning, in a broad sense, are emerging nowadays in advanced liberal societies. In doing so, they contribute to the renewal of critical thinking in education. They convince me that such renewal is important and necessary… and I think both theoreticians and practitioners of lifelong learning will equally recognize and value this analysis, particularly also, because they present a good mix of theory and practice.” -Professor Danny Wildemeersch

Today, people are constantly encouraged to verbalise and disclose their “true” inner self to others, whether on TV shows, in newspapers, in family life or together with friends. Such encouragement to disclose the self has proliferated through discourses on lifelong learning through which each citizen is encouraged to become a constant learner. The Confessing Society takes a critical stance towards the modern relentless will to disclose the self and argues that society has become a confessing society. Drawing on Foucault’s later work on confession and governmentality, this bookcarefully analyses how confession operates within practices of lifelong learning as a way to shape activated and responsible citizens and provides examples of how it might be possible to traverse the confessional truth of the present time. Chapters include:

  • Reflection and Reflective Practices
  • Deliberation and Therapeutic Intervention
  • Lifelong Guidance
  • Medialised Parenting

This controversial book is international in its scope and pursues current debates regarding trans-national policy and to research discussions on education, lifelong learning and governance, and it will provoke lively debate amongst educational practitioners, academics, postgraduate and research students in education and lifelong learning in Europe, North America and Australasia.

Stephen Brookfield, Review of: The Confessing Society: Foucault, Confession and Practices of Lifelong Learning, Studies in the education of adults, 2013, 45(1), 105-107

In the terms in which it sets for itself – explicating a technology of confessional practices embedded in lifelong learning – the book is undoubtedly successful. Fejes and Dahlstedt deal with provocative and complex ideas and render them accessible, often by providing apposite examples. This is no mean feat. Foucault is opaque at times, maddeningly contradictory at others, and, as I know from asking students to read him, he can be intimidating. The Confessing Society is an excellent introduction to one major strand of Foucault’s thinking, and its practicality and clarity will be appreciated…Adult education students, and practitioners in the field, would benefit enormously from reading such a clear exposition of Foucault’s ideas, and I shall certainly be using it in my own postgraduate seminars.

Danny Wildemeersch, ‘Review’ International journal of lifelong education, 2014, forthcoming
The readers of this book review probably have by now noticed that I highly appreciate the quality of Fejes’ and Dahlstedt’s research and writing. They manage to present in a comprehensible way some essential concepts of Foucault that help us to understand better what practices of lifelong learning, in a broad sense, are emerging nowadays in advanced liberal societies. In doing so, they contribute to the renewal of critical thinking in education. They convince me that such renewal is important and necessary, since the older forms of critical thinking in the tradition of the Frankfurt school do no longer address well enough the transformations that have taken place in neo-liberal societies in the past decades….I think both theoreticians and practitioners of lifelong learning will equally recognize and value this analysis, particularly also, because they present a good mix of theory and practice.

Liselott Aarsand, ‘Review’ European Journal for Research on the Education and learning of Adults, Pre-published

I really enjoyed the book. It is definitely a timely contribution to the field of adult learning and education. First, the analysis of various lifelong learning practices through the lens of confession is compelling. Second, the use of different empirical material promoting multiple rather than uniform readings is inspiring. Third, the emerging picture of how learning has become a vital part of the various examined sites is valuable. Fourth, the finding of how several practices, spread from formal to informal, in fact seem to consolidate what appears to be a hegemonic, unquestionable truth is important…Indeed, the critical ambition is also addressed and hopefully encourages educators, counsellors and other professional groups to pursue further discussions on how to stage lifelong learning…I recommend it – not just for readers concerned with lifelong learning, but also anyone interested in critical analysis of adult everyday practices.

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Foucault’s Addendum (2013)

Christopher Chitty, Foucault’s Addendum, The New Inquiry, 3 September 2013

Finally published, Foucault’s lecture notes from 1970–71, his first year teaching at the Collège de France, demolish the caricatures of his thought.

On the first page of the lecture notes of January 27, 1971, Michel Foucault scrawled “incomplete” in his notoriously undisciplined hand. This bit of marginalia from the first year of his public lectures at the Collège de France (one of the last sets to be collected and published in English) hangs like an augury of the end of Foucault’s career, cut short by AIDS. If it’s hard not to hear artful references to his impending death in some of the final lectures at the Collège in 1984, it’s harder not to feel a deeper sense of loss with these lectures, of which there are no recordings, only notes.

In these first lectures at the Collège, the most prestigious teaching appointment in the French Academy, Foucault invited his audience to begin where he would eventually end in 1984: in sixth and fifth century Athens. The starting point will come as a shock to Foucault’s exegetes, who have been operating under the assumption that Ancient Greece was a “late” preoccupation of his. On this and many other points, the publication of Lectures on the Will to Know Lectures at the College de France, 1970-1971 requires a sweeping revision of prevailing receptions of his work.

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Source:  Progressive Geographies

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Il bel rischio

Paolo B. Vernaglione

Pubblicato il 30 settembre 2013  Alfabeta2 and SofiaRoney

Scrivere è Il bel rischio perché è pericoloso. Essere nel linguaggio per l’animale umano comporta avere a che fare con il lato oscuro, il rovescio di sé, di cui oggi invero la superficie della prassi raramente rende conto. Nell’immensa opera di Foucault, scrivere significa confrontarsi con un’esteriorità, cioè riconoscere il mondo e l’insieme delle relazioni individuali, come effetto di un’azione comunque rischiosa in cui trovano corpo relazioni molteplici e intricate.

Nel 1968 il critico letterario della rivista “L’Art” Claude Bonnefoy, propone a Foucault una serie di interviste sul senso della scrittura come impresa personale. Leggere adesso quest’unica conversazione, interrotta e redatta da Philippe Artières, curatore dell’edizione francese del saggio, procura un piacere non dissimile da quello intenso e sfrangiato che si prova nello studiare Storia della follìa, Le parole e le cose, Il coraggio della verità. Con un supplemento, che emerge al vivo dalla puntuale traduzione di Antonella Moscati. Foucault infatti, incitato dalle domande di Bonnefoy, parla dello scrivere come “rovescio del ricamo”, cioè di quel modo in cui corpo e linguaggio tentano di aderire l’un l’altro nella radicale differenza che li separa.

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Colin Koopman, Genealogy as Critique: Foucault and the Problems of Modernity, Indiana University Press, 2013, 348pp., $30.00 (pbk), ISBN 9780253006219.
Reviewed by Amy Allen, Dartmouth College

In Notre Dame Philosophical Reviews: An electronic journal
29 August 2013

The overall aim of Colin Koopman’s Genealogy as Critique is “to explicate genealogy in such a way as to show that it offers a valuable, effective, and uniquely important practice of philosophical-historical critique of the present” (5). Michel Foucault’s genealogical method, which serves as Koopman’s paradigm case of genealogy, is enormously influential but often misunderstood by critics and fans alike. Koopman’s defense of genealogy rests on a two-step revision of our understanding of Foucault’s method: first, Koopman rethinks the relationship between Foucaultian genealogy and Kantian critique; second, he interprets Foucault’s practice of Kantian critique through the lens of problematization. Once we reinterpret Foucaultian genealogy along these lines, Koopman argues, we will be able to see that his work belongs in conversation with that of critical theorists such as Habermas and pragmatists such as Dewey and Rorty, rather than with the Continental high theorists — Derrida, Lacan, and Agamben — with whom he is more often associated. In the end, Koopman proposes an ambitious methodological reconciliation of Foucaultian genealogy with pragmatist critical theory in which the former fulfills the backward looking, diagnostic task of articulating our most pressing problems and the latter fulfills the forward looking, anticipatory task of suggesting possible responses to those problems.

The book divides into roughly three, not entirely equal, parts. After an introductory chapter that situates Koopman’s view within existing Foucault scholarship, the first four chapters explicate the method of genealogical problematization, understood as a transformative renewal of the Kantian notion of critique. The next two chapters re-read Foucault’s work in light of the account of his method offered in the first half of the book. The concluding chapter makes the case for the methodological reconciliation of Foucaultian genealogy as problematization and pragmatist critical theory. The book as a whole is guided by Koopman’s understanding of philosophy as a critical enterprise, “an immanent and reflexive engagement with the full complexity and contingency of the conditions of possibility for doing, being, and thinking in our cultural present” (23).

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