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Colin Koopman, “”New Media, New Power? From Biopower to Infopower,” Sept. 21 2013. Frontiers of New Media Symposium, University of Utah.

Paolo B. Vernaglione, Follia e discorso, Alfabeta2, 22 luglio 2014

“Brisset era stato ufficiale di politzia giudiziaria. Dava lezioni di lingua. Ai suoi allievi proponeva dettati come: Noi Paul Parfait, carabinieri a piedi, essendo stati mandati al villaggio Capeur, vi siamo andati, rivestiti delle nostre insegne”. Nel 1970 Michel Foucault scrive l’introduzione all’opera linguistica dell’autore della Grammaire Logique (1878) e della Science de Dieu ou la Creation de l’Homme (1900), compresa nel primo volume dell’Archivio, ripubblicato nell’impeto onomastico della scomparsa (assurdo che non si possano scaricare gratis i tre volumi italiani).

Il furore del trentennale ha fatto emergere anche il corso al Collège de France del 1979-80, Del governo dei viventie negli anni scorsi il corso di Lovanio del 1981, Mal fare, dir vero, e Il coraggio della verità (1984), mentre da qualche mese si possono leggere il corso del 1972-73, La societé punitive eSubjectivitè et veritè (1980-81), che saranno forse tradotti tra una ventina d’anni, se va bene… Nel frattempo è consigliabile leggere l’edizione americana dei Detti e scritti, a suo tempo curata da Paul Rabinow, soprattutto per gli interventi e le interviste degli anni Ottanta.

Quest’edizione rimaneggiata del primo tomo dei Dits et écrits, che sarebbe stato bene aggiornare con una nuova introduzione, “copre” gli anni in cui Foucault dà alle stampe La storia della follia nell’età classica (1961), Nascita della clinica (1963), Le parole e le cose (1967), L’archeologia del sapere(1969), e L’ordine del Discorso (1970). Nello scritto su Brisset, linguista schizofrenico con manie apocalittiche, Foucault delinea la genealogia del linguaggio in cui si riconosceranno i profili di Raymond Roussell e Louis Wolfson. Per Brissett si tratta della ricerca sull’origine delle lingue, non ricostruìta nell’ipotesi di una lingua ancestrale formata da un piccolo numero di elementi semplici, da cui le lingue storiche e le possibilità di traduzione. Bensì illuminata nella disarticolazione delle parole in cui si odono grida di terrore e i cui suoni annunciano sangue e carni maciullate.

Sette punti sul settimo angelo illustra in maniera esemplare l’archeologia inaugurata da Foucault, il cui concetto è ribadito nelle interviste a Raymond Bellour, dopo l’uscita de Le parole e le cose e le polemiche provocate da questo testo magistrale presso gli storici e i sartriani più o meno militanti. Non bisogna pensare l’archivio, ci dice Foucault, come la ricerca di strati in consonanza con la cronologia; né come un’indagine sincronica di ciò che da un passato documentario risulta al presente. Il metodo archeologico consiste in un’analitica degli enunciati che danno luogo a dispositivi: forme linguistiche, usi, repliche del “senso comune” di una soglia temporale nelle scienze e nelle idee; composizioni di registri giudiziari, interrogatori, cartelle cliniche e statistiche, da cui emergono una certa costellazione epocale, uno o più luoghi di passaggio tra l’età classica e gli inizi della modernità alla fine del XVIII secolo. Là ove nascono le scienze umane, che poco recuperano delle “antiche” grammatica generale, storia naturale e analisi delle ricchezze.

La testimonianza più lucida di questa sconnessione che è l’”uomo”, in quegli anni Sessanta in cui Foucault intraprende la ricerca sulle due partizioni decisive della cultura d’Occidente, quella tra ragione e disragione e quella tra parole e cose, è l’introduzione (1971) all’Antropologia dal punto di vista pragmatico di Kant. Il sapere critico che determinerà l’affermazione delle scienze sociali dovrà vertere sui fondamenti della fonte, dell’ambito e del limite: qui l’esistenza del discorso si dissolve a vantaggio dell’esistenza, cioè di una “natura” ineguale dello scambio, di una logica d’esclusione e di una pratica di dominio.

L’archeologia restituisce dunque al discorso un principio di enunciazione in cui per un verso si apprezzano le discontinuità storiche, su cui Braudel e la scuola delle “Annales” avevano incentrato una storiografia della lunga durata e delle connessioni; per altro si coglie la deriva del linguaggio nell’irriducibilità alla formalizzazione, ad una semantica e ad una semiotica, di cui già Benveniste aveva misurato la distanza.

Questa strutturazione teorica, che taglia di traverso ermeneutica e formalismo, ci permette di cogliere il profilo delle scienze umane, non in ciò che hanno avuto di normativo, bensì di inclusivo: Marx, Nietzsche e Freud non hanno inventato una scienza dell’economia, delle potenze e del soggetto, come Foucault dice nell’introdurre il convegno di Royaumont del 1964 qui riprodotto; ma una tecnica d’interpretazione, riconoscendo anzitutto la qualità discorsiva di altre interpretazioni: il saggio di profitto di Ricardo, il divenire segno di un’interpretazione che lo anticipa in Nietzsche, il riconoscimento di una “catena” parlata che lega analista e analizzante, di cui Lacan ha esplicitato il senso e la portata.

Quello che persiste come disagio dell’attuale modernità, segnalato ne Le parole e e le cose come “sonno antropologico”, è interrotto alla scadenza dell’”epoca classica” dal Discorso che individua i rapporti tra saperi, poteri e soggetti – di cui Foucault nell’intera vita ha dato conto: nelle linee di desoggetivazione prodottesi in letteratura, a partire dal pensiero di Blanchot; nelle opere di classificazione di Cuvier e Bichat; nell’evidenza di un esteriorità del “sè” che le pratiche antiche riconducevano ad una frequenza del “dire il vero”, lontana dalle attuali ortopedie psicoanalitiche.

Di questa urgente congèrie di problematiche darà conto Gilles Deleuze. È stato pubblicato in questi giorni il primo volume del corso su Foucault, Il sapere (1986-87), sì che le giovani generazioni possano farsi un’idea meno approssimativa di questo non filosofo e non epistemologo che ha rivoluzionato il pensiero con un sapere che è pratica di resistenza.

Michel Foucault
Follia e discorso
Archivio Foucault 1. Interventi, colloqui, interviste. 1961-1970
a cura di Judith Revel
Feltrinelli (2014), pp.286
€ 13,00

Thomas Bolmain, Ni Foucault ni Lacan. De la Loi, entre éthique et finitude Meta: Research in Hermeneutics, Phenomenology, and Practical Philosophy, Vol. VI, no. 1, June 2014:198-240

Full PDF (in French)

Abstract

After highlighting Foucault’s ambivalent position with regards to psychoanalysis, this paper first shows that Foucault’s critical thought, insofar as it finds its condition of possibility in modern philosophy understood as a theoretical discourse on human finitude, must imperatively be complemented in the vicinity of psychoanalytical praxis-discourse: the ethical and political issue of the finished and desiring subjectivity can thus be examined anew. On the basis of the historicization of the Lacanian Law undertaken in La volonté de savoir, the paper therefore concludes that a philosophical anthropology which is able to heave up to today’s decisive issues for the social critique and the politics of emancipation should build upon the Foucaldo-Lacanian critique of “modern” philosophical anthropology, but should not fear to confront it with radical criticism in return.

Keywords: Foucault/Lacan ; Theory/Practice ; Critique/Finitude ; Ethics ; Subjectivity ; Desire ; Law ; Philosophical Anthropology ; Radical Politics

Oleg Bernaz, Usages de Foucault entre la psychanalyse et le marxisme. Discours de la résistance et pratiques de l’intervention intellectuelle en société, Meta: Research in Hermeneutics, Phenomenology, and Practical Philosophy, Vol. VI, no. 1, June 2014: 241-265.

Full PDF (in French)

Abstract

In this paper I analyze two distinct contemporary perspectives on the Foucauldian concept of power and resistance, namely the perspectives enlightened by Judith Butler’s La vie psychique du pouvoir and by Stéphane Legrand’s Le marxisme oublié de Foucault. Although these two approaches are interesting ways of discussing the Foucauldian concept of resistance and power, they fail to take into account the role that intellectuals play in practices of social emancipation. Instead I develop the concept of “specific intellectual” in order to explore in more depth the Foucauldian concept of resistance and social innovation.

Keywords: Power, Resistance, Specific Intellectual, Psychoanalysis, Marxism, Institution, Michel Foucault

Plum, M.
A ‘globalised’ curriculum – international comparative practices and the preschool child as a site of economic optimisation
(2014) Discourse, . Article in Press.

Abstract
Globalisation is often referred to as being external to education – a state of affairs presenting the modern curriculum with numerous challenges. In this article, ‘globalisation’ is examined as something that is internal to curriculum and analysed as a problematisation in a Foucaultian sense, that is, as a complex of attentions, worries and ways of reasoning, producing curricular variables. The analysis is made through an example of early childhood curriculum in Danish preschool, and the way the curricular variable of the preschool child comes into being through ‘globalisation’ as a problematisation, carried forth by comparative practices such as Programme for International Student Assessment. It thus explores some of the systems of reason that educational comparative practices carry through time, focusing on the ways in which configurations are reproduced and transformed, forming the preschool child as a site of economic optimisation.

Author Keywords
comparative education; Foucault; globalisation; PISA; preschool

DOI: 10.1080/01596306.2013.871239

Hope, A.
Schoolchildren, governmentality and national e-safety policy discourse
(2014) Discourse, . Article in Press.

Abstract
The introduction of widespread school Internet access in industrialised countries has been accompanied by the materialisation of what can be labelled as a national school e-safety agenda. Drawing upon Foucault’s notions of discourse and governmentality, this paper explores how e-safety policy documents serve to constrain the conceptual environment, seeking to determine and limit individuals’ thoughts on this matter. Analysing UK and US government texts, it is argued that four main themes arise that subvert critical, informed debate about children online. Namely, the discursive construction of e-kids, the muting of schoolchildren’s voices, the responsibilisation of students and ‘diagnostic inflation’ through realist risk discourses. These issues can be interpreted as an attempt to engender control through particular strategies of governmentality. While recognising that students may resist such attempts at control, it is concluded that the issue of children’s digital rights need to be more prominent in e-safety policies.

Author Keywords
‘diagnostic inflation'; discourse; e-safety policy; Foucault; governmentality; responsibilisation; voice

DOI: 10.1080/01596306.2013.871237

Enroth, H.
Governance: The art of governing after governmentality
(2014) European Journal of Social Theory, 17 (1), pp. 60-76.

Abstract
As Michel Foucault and others have shown, from the seventeenth through the twentieth centuries, Western political discourse has perpetuated an art of governing aimed at societies and populations. This article argues that this modern art of governing is now coming undone, in the name of governance. The discourse on governance is taking us from an art of governing premised on producing policy for a society or a population to an art of governing premised on solving problems with no necessary reference to any kind of society or population. Tracing the evolution of that discourse, the article argues that existing social and political theory has failed to make sense of this shift. It concludes that in order to access and assess the new art of governing on its own terms we need a sociological imagination that stretches beyond societies and a political imaginary without the presupposition of collectivities.

Author Keywords
Foucault; global governance; governance; governmentality; policy

DOI: 10.1177/1368431013491818

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